Giulio Fenyves
Il nuovo municipio di Truccazzano
Testo di Francesca Acerboni
Un concorso pubblico aperto e pulito - indetto da un comune dell'hinterland milanese - e un giovane architetto, esigente e infaticabile, possono essere gli ingredienti di base per un progetto di qualità. L'architetto è il milanese Giulio Fenyves (classe 1969: quindi giovane davvero) con Arco Associati, lo studio che ha fondato tre anni fa nel quartiere della Bovisa, specchio di un'altra Milano, operosa e popolare. Il committente è il Comune di Truccazzano, piccolo centro rurale che si sviluppa lungo la direttrice est del capoluogo lombardo (la Rivoltana) con le cascine distribuite tra chiesa e municipio. E la nuova sede del Municipio è, appunto, il tema del concorso, che Fenyves vince nel 2001, progetta nel 2002 e realizza nei due anni successivi (l'edificio è stato appena inaugurato, nel marzo 2004).
Obiettivo del progetto: definire un'architettura dichiaratamente contemporanea, senza alcuna caduta nel vernacolare, ma con un preciso rapporto con il contesto. Fenyves sa essere sensibile nell'interpretare in modo colto e sottile l'ambiente circostante, senza perdere mai di vista il rigore razionalista della composizione.
L'impianto è strutturato su un quadrato, che contiene il blocco dell'edificio - schematicamente una S a bracci ortogonali - che forma a sua volta uno spazio interno all'aperto, delimitato su strada da un muro continuo in mattoni a vista: citazione delle corti delle cascine e dei muri di cinta, ancora molto presenti a Truccazzano; per questo Fenyves sfrutta l'artigianalità locale delle maestranze ottenendo una muratura in mattoni facciavista volutamente lasciata grezza, senza fughe né stilettature. Una scelta progettuale di grande impatto. All'interno della corte, anch'essa pavimentata in mattoni, un cedro del Libano centenario, attorno al quale si è costruito il progetto, evitando in questo modo che fosse abbattutto. Diametralmente opposto a questa corte, un altro spazio aperto si caratterizza come piazza o sagrato civile: non soltanto è l'ingresso principale al municipio, ma è anche un luogo abitato da passanti e utilizzato per manifestazioni di vario genere. Ampliano - questi spazi aperti e circoscritti - le possibilità d'uso e le funzioni dell'edificio verso l'esterno.
Non solo l'impianto, ma tutta la composizione è ordinata sul passo di un modulo di 150 cm, che si ripete, si raddoppia e si compone sulle facciate: le quali risultano tutte diverse tra loro, ma con un denominatore comune. Viene applicato, in chiave assolutamente contemporanea, il sistema degli ordini: basamento (in mattoni), piano nobile e trabeazione (ultimo piano e chiusura dell'edificio), entrambi intonacati a civile. Se questo edificio ha una sua aulica semplicità, è proprio nell'esattezza con cui l'architettura è stata lavorata, su carta e in cantiere, pur nei limiti economici che hanno modificato alcuni elementi, soprattutto nel passaggio dal concorso (che presentava molte più superfici vetrate) al progetto. Nulla è stato trascurato: persino il blocco degli impianti tecnici, solitamente collocato sulla copertura, è stato nascosto in uno spazio - semichiuso e ventilato - inglobato nel volume stesso del municipio, in modo tale da non disturbare, neppure sul tetto, la composizione architettonica.
Altro elemento forte del progetto sono le logge aperte, che dilatano l'edificio in corrispondenza delle tre estremità. Si tratta di tre spazi con funzione di filtro tra interno ed esterno: funzione simbolica di passaggio, di luce permeata, di aperto/chiuso che conferisce all'edificio maggiore profondità rispetto al blocco compatto: anche qui il riferimento va agli androni d'ingresso presenti nella zona. E ancora: l'uso sapiente e discreto del colore, che diventa elemento di progetto: le logge e alcuni setti murari sono rinforzati da un rosso quasi pompeiano, che rimanda al colore rosso mattone utilizzato spesso negli androni delle architetture della zona. Queste logge, che risaltano cromaticamente dall'insieme, sottolineano i punti di passaggio e i corpi scala che sono trattati con la stessa coerente semplicità degli esterni. Gli interni presentano infatti spazi luminosi e uffici flessibili, secondo le diverse necessità funzionali. La sala conciliare a doppia altezza, ristabilisce un punto di contatto con l'esterno, affacciandosi sulla corte quadrata e attingendo da essa la luce.
pubblicato su Archinfo.it, maggio 2004